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Comunità/Immunità

Forse nessuno meglio del filosofo Roberto Esposito ha teorizzato il rapporto tra comunità e immunità. La prima “obbliga” a costruire relazioni sociali, obbliga a “donarsi” gratuitamente agli altri e senza nulla a pretendere; la seconda, invece, erige una barriera protettiva, interrompe per ragioni di sicurezza la rete che ci lega socialmente, sino all'eventualità di mettere in discussione la socialità stessa, sino a procurare la “morte” laddove vorrebbe difendere, invece, la vita. È la cronaca mondiale di questi anni, in fondo. Dinanzi al terrorismo internazionale si sbarrano le frontiere, ci si chiude in casa, si interrompono le comunicazioni. Così come si fa, dinanzi ai migranti che sbarcano sulle nostre coste e invadono le nostre società ricche. Si rafforza cioè la barriera immunitaria, a costo di infrangere per sempre la nostra propensione alla socialità, il nostro “obbligo” alla realizzazione e allo sviluppo di pacifiche e cooperanti comunità locali, nazionali, internazionali. L'esclusione, che sino a un certo punto almeno svolge ancora un compito di “difesa”, da una certa soglia in poi minaccia pericolosamente ogni forma di integrazione, inclusione, dialogo. Sino alla scomparsa di ogni obbligo sociale, di ogni rete comunitaria. Sino all'egoismo suicida di una civiltà.

La nostra epoca, basta leggere le cronache, è sempre più a rischio. Le chiusure immunitarie tendono a prevalere sull'atteggiamento opposto. Il caso della Pinar è ancora nei nostri occhi. I comportamenti sono sempre più dettati dalla paura che qualcuno minacci la nostra vita, e prima ancora il nostro benessere, la nostra sicurezza, la nostra (presunta) felicità. Ci sono forze politiche che su questo terrore hanno costruito le proprie fortune politiche, ovviamente alimentandolo, in Italia e fuori. Esposito dice che, al fondo, sentiamo minacciata la nostra identità, e la barriera immunitaria, la protezione, il nostro porsi fuori dalla legge sociale, è solo il tentativo di evitare ogni contaminazione, impedendo a un qualsivoglia virus (biologico, sociale, politico) di penetrare nel nostro organismo, alterandone la natura. Può darsi. Se così fosse, se la causa di tutto fosse una difesa dell'identità portata agli estremi suicidi e autoimmuni, perché insistiamo caparbiamente, patologicamente, nel definire, curare, costruire questa stessa identità sino all'eccesso?

Domanda a cui è difficile rispondere. Si tratta, io penso, di muoversi sulla linea d'ombra della costruzione identitaria, senza scivolare né a una parte né dall'altra: né verso il magma sociale privo di ossatura, la volgare gelatina culturale di questi anni, la marmellata di chiacchiere in libertà al cui fondamento ci sono soprattutto l'ignoranza e la presunzione – né verso un Ego corazzato, verso una vita che non ha altro da dire che se stessa, nella sua formale vuotezza, una vita incartapecorita, quasi l'anticamera della morte sociale e culturale. Una linea d'ombra che chiamerei “differenza”. Perché proprio sulla relazione di differenza io credo sia possibile costruire positivamente, a un tempo, sia la propria identità, sia dei precisi obblighi comunitari verso l'altro. Anzi, la comunità che resta differenza, che costruisce su questa differenza il dialogo, che si presenta come apertura è il vero compito democratico di questi anni. La vera riforma sociale da mettere a punto. Direi si tratti di una eccellente ragione della sinistra.

Pubblicato il 29/4/2009 alle 13.29 nella rubrica diario.

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