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Il novismo filosofico

Ora ci si mettono anche i filosofi, non bastavano i novisti della politica. Repubblica ci informa che è nata (anzi, è viva e vegeta) la experimental philosophy (X-Phi), una tendenza di origine anglosassone, che combina riflessione, esperimenti pratici e ricerche quantitative, sviluppate anche tramite sondaggi e questionari. Il dato empirico diviene addirittura il fondamento principale del fare filosofia. Anche i blog e i siti (sic!) si tramutano in strumenti essenziali di questa filosofia molto alla moda. Sul New York Times, Kwame Anthony Appiah, tanto per esagerare, la definisce “nuova nuova filosofia” (due volte “nuova”, addirittura, roba da far impallidire persino i nostri novisti!).

Che dire? Che l’interesse per il dato sperimentale non è affatto nuovo, anzi. Tant’è che Simona Morini, docente allo Iuav di Venezia, parla della X-Phi come di una «sorta di interessante ritorno al passato, alla filosofia morale e alla tradizione del Sei-Settecento». Ma anche la ricerca di un rapporto tra scienza e filosofia, con il linguaggio della prima in posizione dominante sulla seconda, non è a sua volta una novità. Con il limite innegabile, peraltro, di filosofi contemporanei che ne sanno poco di scienza (mentre sono bravissimi, pare, nei sondaggi, nei questionari e nella tenuta dei blog) e di scienziati che, in parallelo, ne sanno ancor meno di filosofia.

Infine, una riflessione. L’insistenza sul dato empirico, sull’esperimento, sul sondaggio d’opinione, sul questionario (e poi l’uso di blog o siti) indicano una sorta di passaggio d’epoca. Eravamo abituati al filosofo come persona dedito al pensiero, al dialogo, all’analisi concettuale e al lavoro di tipo logico. La strada che si indica adesso è un’altra, parzialmente (ma sensibilmente) diversa. Pesa di più l’esperimento empirico, pesano di più gli strumenti tecnologici, pesa il dispiegamento del metodo scientifico. Tutto lecito, ma perché chiamarla filosofia? Perché ridurre la vecchia “sapienza” al risultato di un’indagine sperimentale, all’applicazione di un metodo statistico-probabilistico, oppure a un esperimento scientifico tout court (di tipo neuro-biologico)? Non c’era un altro nome per dirlo? Che so, Scienza del pensiero e dei processi mentali? Scienza, appunto. Perché mischiare Parmenide con questo Joshua Knobe, che in foto sembra più un hacker che uno studioso di filosofia? L’ennesimo “uomo nuovo", più che un effettivo “pensatore”? Bah.

E allora. Il vero passaggio d’epoca lo contrassegnano (a mio parere) altre correnti, più in linea con lo sviluppo del pensiero occidentale, ma più efficaci nella ricerca di effettive “rotture” con la tradizione. Penso, per esempio, alla biopolitica, che ha scosso e scuote il quadro di pensiero tradizionale e inaugura una nuova lettura dei processi politici e culturali. Sentite cosa scrive, a questo proposito, Roberto Esposito (che appare un filosofo anche in foto) su un aspetto biopolitico essenziale: «Ciò che conta, per l’indagine biopolitica, non è il rapporto tra il prima e il dopo, ma quello tra dentro e fuori. Si tratta di capire come un “fuori” – in questo caso la vita – entra all’interno di qualcosa d’altro (che si ritiene altro) e lo stravolge. La questione non riguarda le forme, ma le forze, ovvero il modo in cui le forze fanno esplodere le forme. Non come si decide chi governa o i modi della rappresentanza, ma quali corpi vanno lasciati vivere e quali fatti morire. E quale nesso lega le due cose». Ecco, questa acutissima riflessione, da sola, già tocca e sconvolge decenni di pensiero politico. Non la forma, ma la forza che fa esplodere la forma. Non il prima e il poi, ma il dentro e il fuori. Altro che i sondaggi. E quel tale Knobe avrà letto Esposito? Ma forse è chiedere troppo.

Pubblicato il 17/3/2009 alle 13.15 nella rubrica diario.

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