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Monologo di pensieri
Questioni di egemonia
post pubblicato in diario, il 30 aprile 2009


Vedrete. Nemmeno questa vicenda delle veline in lista disturberà il consenso verso Berlusconi. Anzi, potrebbe persino aumentarne la popolarità. Al fondo c'è sempre l'egemonia culturale del premier nella cultura “pop” (TV, in primo luogo, ma non solo). Un'egemonia che gli garantisce la “presa” sull'opinione pubblica “bassa”, sulle casalinghe, su molti pensionati, su una buona fetta di ceti popolari. La perdurante egemonia nelle istituzioni culturali “alte” (e nei segmenti “colti” di singoli settori culturali, come il cinema o la letteratura) confina, al contrario, la sinistra sempre di più a referente del ceto medio elevato, delle classi dirigenti colte, insomma dei settori meno sottoposti alla legge e al fascino dei linguaggi e dei temi tipicamente televisivi (e mediali in genere).

Il punto è questo. Ciò che nelle Università, o nelle pagine culturali di un grande quotidiano, o in ambito teatrale potrebbe essere considerata una gaffe, una sciocchezza, una castroneria, nell'ambito “pop” assume altri contorni. I codici che sovraintendono ai due segmenti della cultura nazionale sono molto differenziati, autonomi, e rispondono a regole spesso inconciliabili. Da questa diversità dei codici bisogna ripartire. Dal terribile abisso che separa ormai la cultura colta da quella popolare. Su questo abisso Berlusconi ha costruito la propria fortuna. Possedere TV ha significato non tanto “manipolare” orwellianamente le coscienze. No. Insediarsi nel territorio televisivo ha significato per la destra berlusconiana, occupare una moderna “casamatta”, imporre linguaggi, farsi comprendere da molti utenti “pop”, costruire consenso. Una questione di egemonia, insomma, una cosa molto banale in fondo, della quale Gramsci parlava già tanti anni fa (riferendosi, tra l'altro, alla cultura “pop” di allora, ossia alla letteratura d'appendice, e alla dimensione nazional-popolare in genere). Ecco, se almeno questo fosse chiaro, saremmo un pezzo avanti.

Badate: anche lo strapotere DC (50 anni al governo!) derivava in buona parte dalla stessa cosa! La DC era davvero un partito popolare, usava un linguaggio semplice, si faceva capire dalla gente semplice, come il PCI ma di più, visto che anche allora i comunisti preferivamo, nel popolo, quelli che avevano una “coscienza di classe” o seguivano modelli culturali alti (la TV di qualità, il teatro, la musica di un certo impegno, il cinema d'arte...). L'idea della sinistra è sempre la stessa: si tratta di “elevare”, di alzare i livelli culturali, di potenziare i “saperi” a disposizione del popolo. Anche l'effetto è lo stesso: meno negativo un tempo, quando la TV non era ancora il mattatore e il “discrimine” odierni, ma molto più tragico oggi, con la crisi delle istituzioni culturali "alte" e con il nuovo scenario della comunicazione mediale, per di più in mano quasi totalmente al premier.

Che fare? Il compito della sinistra è ingrato, perché rema controcorrente in un mondo che scivola giù, verso la marmellata “pop”. Ma è pur vero che, contrapporre arditamente le sofisticatezze culturali agli idiomi di più larga diffusione è del tutto inutile, anzi controproducente. Serve un lavoro culturale fortissimo, che tenti di colmare l'abisso di cui dicevamo. Ma si tratta di correre contro vento. E, certo, un partito liquido (marchio+leader+caminetto+clan+comunicazione “lepre” al posto della politica “tartaruga”) non è adatto allo scopo. Il partito liquido se lo bevono quando vogliono ed evapora, com'è evidente, al sole della prima crisi. La politica è una cosa più seria dei link o dei loft. Vallo a spiegare...


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permalink | inviato da alfamor il 30/4/2009 alle 17:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Comunità/Immunità
post pubblicato in diario, il 29 aprile 2009


Forse nessuno meglio del filosofo Roberto Esposito ha teorizzato il rapporto tra comunità e immunità. La prima “obbliga” a costruire relazioni sociali, obbliga a “donarsi” gratuitamente agli altri e senza nulla a pretendere; la seconda, invece, erige una barriera protettiva, interrompe per ragioni di sicurezza la rete che ci lega socialmente, sino all'eventualità di mettere in discussione la socialità stessa, sino a procurare la “morte” laddove vorrebbe difendere, invece, la vita. È la cronaca mondiale di questi anni, in fondo. Dinanzi al terrorismo internazionale si sbarrano le frontiere, ci si chiude in casa, si interrompono le comunicazioni. Così come si fa, dinanzi ai migranti che sbarcano sulle nostre coste e invadono le nostre società ricche. Si rafforza cioè la barriera immunitaria, a costo di infrangere per sempre la nostra propensione alla socialità, il nostro “obbligo” alla realizzazione e allo sviluppo di pacifiche e cooperanti comunità locali, nazionali, internazionali. L'esclusione, che sino a un certo punto almeno svolge ancora un compito di “difesa”, da una certa soglia in poi minaccia pericolosamente ogni forma di integrazione, inclusione, dialogo. Sino alla scomparsa di ogni obbligo sociale, di ogni rete comunitaria. Sino all'egoismo suicida di una civiltà.

La nostra epoca, basta leggere le cronache, è sempre più a rischio. Le chiusure immunitarie tendono a prevalere sull'atteggiamento opposto. Il caso della Pinar è ancora nei nostri occhi. I comportamenti sono sempre più dettati dalla paura che qualcuno minacci la nostra vita, e prima ancora il nostro benessere, la nostra sicurezza, la nostra (presunta) felicità. Ci sono forze politiche che su questo terrore hanno costruito le proprie fortune politiche, ovviamente alimentandolo, in Italia e fuori. Esposito dice che, al fondo, sentiamo minacciata la nostra identità, e la barriera immunitaria, la protezione, il nostro porsi fuori dalla legge sociale, è solo il tentativo di evitare ogni contaminazione, impedendo a un qualsivoglia virus (biologico, sociale, politico) di penetrare nel nostro organismo, alterandone la natura. Può darsi. Se così fosse, se la causa di tutto fosse una difesa dell'identità portata agli estremi suicidi e autoimmuni, perché insistiamo caparbiamente, patologicamente, nel definire, curare, costruire questa stessa identità sino all'eccesso?

Domanda a cui è difficile rispondere. Si tratta, io penso, di muoversi sulla linea d'ombra della costruzione identitaria, senza scivolare né a una parte né dall'altra: né verso il magma sociale privo di ossatura, la volgare gelatina culturale di questi anni, la marmellata di chiacchiere in libertà al cui fondamento ci sono soprattutto l'ignoranza e la presunzione – né verso un Ego corazzato, verso una vita che non ha altro da dire che se stessa, nella sua formale vuotezza, una vita incartapecorita, quasi l'anticamera della morte sociale e culturale. Una linea d'ombra che chiamerei “differenza”. Perché proprio sulla relazione di differenza io credo sia possibile costruire positivamente, a un tempo, sia la propria identità, sia dei precisi obblighi comunitari verso l'altro. Anzi, la comunità che resta differenza, che costruisce su questa differenza il dialogo, che si presenta come apertura è il vero compito democratico di questi anni. La vera riforma sociale da mettere a punto. Direi si tratti di una eccellente ragione della sinistra.


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permalink | inviato da alfamor il 29/4/2009 alle 13:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tecnica e Politica
post pubblicato in diario, il 26 aprile 2009


Eugenio Scalfari, oggi su Repubblica, avanza un dubbio che merita davvero molta considerazione. Si chiede se «sotto la leadership politica di Berlusconi» non stia nascendo «una leadership tecnocratica di Bertolaso». Ora, la tecnocrazia è il culmine di un processo di svuotamento della politica, intesa come confronto tra le opinioni e partecipazione collettiva alle scelte. Uno “svuotamento” che apre la strada ai tecnici, ai competenti, ai professionisti, come se questi non avessero una propria idea politica, ma proponessero soluzioni efficaci buone per tutte le stagioni, né di destra né di sinistra, come si dice in tempi di crisi della politica, appunto.

Ma qui il problema è ancora più ampio. Ed è quello, in generale, dei rapporti tra Tecnica e Politica, dove il prevalere della prima comporta un inevitabile ridimensionamento della seconda. La Tecnica convince ideologicamente molti che la Politica è solo un mercanteggiamento inefficace di opinioni, un inutile “parlamento”. Mentre la Tecnica va al sodo dei problemi, li risolve nell'unico modo efficace possibile, senza chiacchiere inutili, ma grazie al contributo dei veri competenti, dei veri esperti, e non di questi politici clientelari e spreconi. La Tecnica illude che si possa giungere alla verità possibile senza passare attraverso l'inferno delle opinioni, delle mediazioni, dei dibattiti e della partecipazione consapevole di tutti (o quasi) alle scelte. Ossia senza passare attraverso la democrazia, così come la intendiamo modernamente.

Pensate al caso del G8. Si era deciso (Berlusconi e Bertolaso) di farlo alla Maddalena. Si sono spesi 500 milioni di euro per le strutture (persino un albergo a 5 stelle). Si è poi deciso (Berlusconi e Bertolaso) di andarsene a L'Aquila. Per ragioni etiche ed economiche, ha detto Bertolaso. E quelle politiche (che ci sono) chi le conosce? Chi ce ne ha parlato? Oggi Bertolaso critica Bertolaso: difatti la prima decisione e la seconda sono entrambi sue (in partnership con Berlusca, ovviamente): non è curioso?

La Tecnica (un destino dell'Occidente, ha detto Heidegger) velocizza le decisioni (non perciò le rende più efficaci!), ma oscura e nasconde i processi, rende meno trasparenti i dibattiti, ci fa credere che la politica possa scomparire, e invece non è così. La politica, semplicemente, viene ridotta nei termini e ristretta a pochi partecipanti, “sfilata” dall'arena pubblica e consegnata nelle mani di un manipolo di decisori pubblici che poggiano sul contributo di esperti. E tutto ciò, nella beata ignoranza e nella sciocca felicità del “popolo”, a cui pure ci si appella. La domanda di Scalfari non è peregrina. Anzi, dovrebbe metterci in guardia, se già non lo fossimo.


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permalink | inviato da alfamor il 26/4/2009 alle 22:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ancora sugli editor
post pubblicato in diario, il 6 aprile 2009


Massimiliano Parente, su Libero, prosegue laddove io mi ero interrotto. E dice esplicitamente, a proposito degli editor, che se il romanzo «c’è», il demiurgo è lo scrittore stesso, l’editor non ha senso e basta un semplice correttore di bozze. Laddove, invece, il romanzo «non c’è», «trattasi quasi sempre di narrativa di consumo e ben venga l’editor come l’idraulico, per sturarti il cesso intasato». Insomma, quando si tratta di arte, letteratura, insomma di un’opera, l’editor è del tutto fuori luogo, anzi dannoso; quando si tratta invece di una merce, destinata soltanto a vendere molte copie per lo spazio di un remunerativo mattino, allora l’editor si faccia avanti e operi di par suo a confezionare e impacchettare il prodotto. Perché, altrimenti, il rischio è, come dice Parente, di vedere «editor migliorare decine di libri inutili, e devastare libri belli». L’editor, dunque, come “anti-letteratura”. In una visione un po’ crociana (poesia vs non-poesia), d'accordo, ma vivaddio.

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permalink | inviato da alfamor il 6/4/2009 alle 12:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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