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Monologo di pensieri
Ancora sugli editor
post pubblicato in diario, il 6 aprile 2009


Massimiliano Parente, su Libero, prosegue laddove io mi ero interrotto. E dice esplicitamente, a proposito degli editor, che se il romanzo «c’è», il demiurgo è lo scrittore stesso, l’editor non ha senso e basta un semplice correttore di bozze. Laddove, invece, il romanzo «non c’è», «trattasi quasi sempre di narrativa di consumo e ben venga l’editor come l’idraulico, per sturarti il cesso intasato». Insomma, quando si tratta di arte, letteratura, insomma di un’opera, l’editor è del tutto fuori luogo, anzi dannoso; quando si tratta invece di una merce, destinata soltanto a vendere molte copie per lo spazio di un remunerativo mattino, allora l’editor si faccia avanti e operi di par suo a confezionare e impacchettare il prodotto. Perché, altrimenti, il rischio è, come dice Parente, di vedere «editor migliorare decine di libri inutili, e devastare libri belli». L’editor, dunque, come “anti-letteratura”. In una visione un po’ crociana (poesia vs non-poesia), d'accordo, ma vivaddio.

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permalink | inviato da alfamor il 6/4/2009 alle 12:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La comunicazione-letteraria
post pubblicato in diario, il 18 marzo 2009


In questa fucina comunicativa che è il mondo d’oggi, non poteva mancare l’estrema perversione della "comunicazione-letteraria". Fenomeno non nuovo, certo, ma mai così trionfante come in questa epoca di marketing culturale. In che consiste? In questo, che oggi l’opera letteraria è il prodotto di un team. L’Autore è un fantoccio, uno tra i tanti che mettono bocca. Il manoscritto viene totalmente curvato verso finalità di tipo industriale-commerciale. Perché l’obiettivo del lavoro di editing non è “migliorare” in termini artistici il lavoro letterario, ma renderlo compatibile con le normali aspettative del pubblico e gli ordinari canoni di mercato (vero principe di ogni impresa culturale, oggi). Così come un formaggino-prototipo è testato da un gruppo di “assaggiatori”, perché incontri di più e meglio il gusto dei consumatori, anche l’opera letteraria è “sforbiciata” e trasformata al solo obiettivo di renderla più appetibile a molti, moltissimi lettori.

“Comunicazione-letteraria” vuol dire che la comunicazione, ossia l’adattamento del prodotto al riscontro positivo e al responso commerciale del lettore-cliente, viene prima della produzione letteraria in se stessa. Vuol dire che la creazione letteraria è del tutto (o quasi) funzionale al “successo” commerciale. E vuol dire che è nato un nuovo segmento dell’industria editoriale, che vive di queste “sforbiciate” sul manoscritto.

Mi si dirà che difendo ideologicamente il mito dell’Autore, che penso all’arte come ad una cosa idealisticamente pura. Baggianate. Pensino quel che vogliono, a me non interessa. Io ritengo che il lavoro di un redattore della casa editrice debba essere del tutto estraneo alla fase creativa, e debba intervenire solo per evitare, per esempio, i refusi, gli strafalcioni e le contraddizioni interne. Nulla più. Lo stile lo lascino alla responsabilità di chi scrive. Se poi il romanzo non va, pazienza. La casa editrice non è obbligata a investirci sopra. Anche perché, se dominano l'editing, il canone editoriale, il mercato, gli schemi commerciali di massa, hai voglia ad attendere un’opera davvero originale. Verrebbe, nella migliore delle ipotesi, “canonizzata” e schematizzata anche quella più originale, sino alla sperimentata melassa dei best sellers, oppure rigettata nel limbo dei romanzi mai pubblicati. E allora ridateci la letteratura, forse è meglio.

(Una proposta. A una certa distanza dall’uscita dell’opera “edita”, la casa editrice pubblichi la versione iniziale. Chissà che non riservi delle sorprese, persino commerciali e non solo estetiche.)


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permalink | inviato da alfamor il 18/3/2009 alle 11:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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