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Monologo di pensieri
Pessimismo
post pubblicato in diario, il 22 maggio 2009


I sondaggi servono a darci un’idea della situazione, ben al di là del senso comune, del buon senso, delle impressioni isolate, dei propri limitati giudizi. Preso con le dovute pinze, il nuovo sondaggio Demos ci squaderna nuove (anzi vecchie) percentuali di previsione del prossimo voto europeo. La notizia è: un quarto degli elettori ancora votano PD. L’altra notizia è: le due sinistre radicali non superebbero lo scoglio del 4%. La terza: il governo è attorno al 50%.

Ma non è questo che ci interessa. Sembrano quasi cose scontate. Persino noiose. In effetti non c’è notizia se non c’è un’alternativa possibile a quanto ti viene raccontato. Il punto è un altro e si intravede tra le pieghe del sondaggio stesso.

Si parla di respingimenti. Gli italiani sono d’accordo al 67,5%. Gli elettori PD, in particolare, al 41,9%. Ma quelli di Rifondazione e Sinistra e Libertà addirittura al 47,2%: in pratica la metà di essi.

Ronde. Anche qui gli italiani sono favorevoli al 53,7%. E anche qui gli elettori della sinistra radicale sono d’accordo al 46,2%, ben più di quelli del PD, fermi al 36,8%.

Terremoto in Abruzzo. Un trionfo per Berlusconi, il 77,4% degli intervistati dà voti altissimi al Governo sulla faccenda. Tra questi la maggioranza degli elettori PD e il 42,4% di quelli R.C. e Sinistra e libertà.

Riflessione: ma se le iniziative del Governo piacciono tanto persino alla presunta opposizione radicale, quanta speranza ci rimane? Possibile che l’egemonia berlusconiana abbia mietuto così tante vittime? Possibile abbia seminato tante croci? Sfondando persino nel popolo della sinistra estrema? C’è da restare allibiti.

Di chi è la colpa? Bella domanda. Della sinistra stessa, verrebbe da dire in modo automatico. Della sua incapacità di fare politica, di perdere le connessioni sociali (la società esiste sempre, anche se cambia), di smarrire orientamenti, bussole e riferimenti anche culturali; del suo vuoto di idee, delle sue scarse risorse, dei salotti e pure della trasformazione dell’arena politica in un set cinematografico.

Tutto giusto, ma poi basta per favore! Sarà anche accaduto qualcosa in questo Paese non addebitabile all’incapacità della sinistra. Qualcosa che vada assegnato all’abilità della destra berlusconiana e nichilista di questi anni. Oppure a eventi che sopravanzano la stessa sinistra e la stessa destra, come le grandi migrazioni umane o la crisi mondiale. Così che questo orientamento politico in Italia è solo la piatta risultante di tutte queste variegate tendenze, fatti, eventi, errori imperdonabili.

Eppure, detto ciò, restiamo ancora perplessi. Non può essere solo questo. Ritorna, così, una vecchia idea, quella per cui gli uomini e le donne che conoscete oggi non sono più gli stessi, che qualcosa di antropologico è pur avvenuto in questo paese, una mutazione, una metamorfosi, una corrente profonda che ha sconvolto del tutto i nostri geni e il nostro equilibrio, di cui Berlusca è solo un effetto, forse nemmeno il più rilevante.

Ad annozero (o ballarò?) tempo fa si è chiesto agli italiani quale fosse la “categoria” di cui più si fidano. La maggior parte ha detto: GLI IMPRENDITORI. Le partite Iva, d'accordo, ma-anche gli operai, i pensionati, le casalinghe, i precari, che in maggioranza hanno detto: imprenditori. Capite? Ecco, ho come l’impressione che il mondo sia tornato a poggiare sulla testa e che bisognerà rovesciarlo e rimetterlo, prima o poi, sui piedi.

Ma questa non è più la società di massa di cento anni fa, è una società più ricca eppure più disperata, frammentata, isolata, impaurita, che si ritrova assieme e ammassata solo nei ponti vacanzieri, nei centri commerciali che fanno i sottocosto, nei villaggi vacanza, davanti alle vetrine dei negozi. Poi basta. Poi si è soli. E in solitudine si coltivano paura e insicurezza. E la risposta di tutti è necessariamente una risposta ancora paurosa e insicura. Chi potrebbe riacciuffare questi uomini soli davanti alla Tv (e ormai anche davanti a Facebook) per riportarli tutti assieme in un luogo reale, davanti a qualcosa di reale, che non sia necessariamente una merce o un villaggio vacanza? Io penso proprio nessuno. I luoghi di lavoro, la scuola, l'università, la famiglia sono solo percorsi virtuali, luoghi indefiniti, irreali, privi (o quasi) di produrre esperienze reali; le città dei deserti affollati di traffico; la cultura una vetrina di oggetti da vendere al più pigro tra tutti. Solo i media unificano, ma lasciando tutti soli con se stessi. Bel paradosso.

L’impresa è improba. E la sinistra, purtroppo, deve ripartire da qui, non ha scelta, col rischio fortissimo di restarvi impantanata. Come di fatto sta già accadendo.


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permalink | inviato da alfamor il 22/5/2009 alle 10:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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