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Monologo di pensieri
Pessimismo
post pubblicato in diario, il 22 maggio 2009


I sondaggi servono a darci un’idea della situazione, ben al di là del senso comune, del buon senso, delle impressioni isolate, dei propri limitati giudizi. Preso con le dovute pinze, il nuovo sondaggio Demos ci squaderna nuove (anzi vecchie) percentuali di previsione del prossimo voto europeo. La notizia è: un quarto degli elettori ancora votano PD. L’altra notizia è: le due sinistre radicali non superebbero lo scoglio del 4%. La terza: il governo è attorno al 50%.

Ma non è questo che ci interessa. Sembrano quasi cose scontate. Persino noiose. In effetti non c’è notizia se non c’è un’alternativa possibile a quanto ti viene raccontato. Il punto è un altro e si intravede tra le pieghe del sondaggio stesso.

Si parla di respingimenti. Gli italiani sono d’accordo al 67,5%. Gli elettori PD, in particolare, al 41,9%. Ma quelli di Rifondazione e Sinistra e Libertà addirittura al 47,2%: in pratica la metà di essi.

Ronde. Anche qui gli italiani sono favorevoli al 53,7%. E anche qui gli elettori della sinistra radicale sono d’accordo al 46,2%, ben più di quelli del PD, fermi al 36,8%.

Terremoto in Abruzzo. Un trionfo per Berlusconi, il 77,4% degli intervistati dà voti altissimi al Governo sulla faccenda. Tra questi la maggioranza degli elettori PD e il 42,4% di quelli R.C. e Sinistra e libertà.

Riflessione: ma se le iniziative del Governo piacciono tanto persino alla presunta opposizione radicale, quanta speranza ci rimane? Possibile che l’egemonia berlusconiana abbia mietuto così tante vittime? Possibile abbia seminato tante croci? Sfondando persino nel popolo della sinistra estrema? C’è da restare allibiti.

Di chi è la colpa? Bella domanda. Della sinistra stessa, verrebbe da dire in modo automatico. Della sua incapacità di fare politica, di perdere le connessioni sociali (la società esiste sempre, anche se cambia), di smarrire orientamenti, bussole e riferimenti anche culturali; del suo vuoto di idee, delle sue scarse risorse, dei salotti e pure della trasformazione dell’arena politica in un set cinematografico.

Tutto giusto, ma poi basta per favore! Sarà anche accaduto qualcosa in questo Paese non addebitabile all’incapacità della sinistra. Qualcosa che vada assegnato all’abilità della destra berlusconiana e nichilista di questi anni. Oppure a eventi che sopravanzano la stessa sinistra e la stessa destra, come le grandi migrazioni umane o la crisi mondiale. Così che questo orientamento politico in Italia è solo la piatta risultante di tutte queste variegate tendenze, fatti, eventi, errori imperdonabili.

Eppure, detto ciò, restiamo ancora perplessi. Non può essere solo questo. Ritorna, così, una vecchia idea, quella per cui gli uomini e le donne che conoscete oggi non sono più gli stessi, che qualcosa di antropologico è pur avvenuto in questo paese, una mutazione, una metamorfosi, una corrente profonda che ha sconvolto del tutto i nostri geni e il nostro equilibrio, di cui Berlusca è solo un effetto, forse nemmeno il più rilevante.

Ad annozero (o ballarò?) tempo fa si è chiesto agli italiani quale fosse la “categoria” di cui più si fidano. La maggior parte ha detto: GLI IMPRENDITORI. Le partite Iva, d'accordo, ma-anche gli operai, i pensionati, le casalinghe, i precari, che in maggioranza hanno detto: imprenditori. Capite? Ecco, ho come l’impressione che il mondo sia tornato a poggiare sulla testa e che bisognerà rovesciarlo e rimetterlo, prima o poi, sui piedi.

Ma questa non è più la società di massa di cento anni fa, è una società più ricca eppure più disperata, frammentata, isolata, impaurita, che si ritrova assieme e ammassata solo nei ponti vacanzieri, nei centri commerciali che fanno i sottocosto, nei villaggi vacanza, davanti alle vetrine dei negozi. Poi basta. Poi si è soli. E in solitudine si coltivano paura e insicurezza. E la risposta di tutti è necessariamente una risposta ancora paurosa e insicura. Chi potrebbe riacciuffare questi uomini soli davanti alla Tv (e ormai anche davanti a Facebook) per riportarli tutti assieme in un luogo reale, davanti a qualcosa di reale, che non sia necessariamente una merce o un villaggio vacanza? Io penso proprio nessuno. I luoghi di lavoro, la scuola, l'università, la famiglia sono solo percorsi virtuali, luoghi indefiniti, irreali, privi (o quasi) di produrre esperienze reali; le città dei deserti affollati di traffico; la cultura una vetrina di oggetti da vendere al più pigro tra tutti. Solo i media unificano, ma lasciando tutti soli con se stessi. Bel paradosso.

L’impresa è improba. E la sinistra, purtroppo, deve ripartire da qui, non ha scelta, col rischio fortissimo di restarvi impantanata. Come di fatto sta già accadendo.


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Questioni di egemonia
post pubblicato in diario, il 30 aprile 2009


Vedrete. Nemmeno questa vicenda delle veline in lista disturberà il consenso verso Berlusconi. Anzi, potrebbe persino aumentarne la popolarità. Al fondo c'è sempre l'egemonia culturale del premier nella cultura “pop” (TV, in primo luogo, ma non solo). Un'egemonia che gli garantisce la “presa” sull'opinione pubblica “bassa”, sulle casalinghe, su molti pensionati, su una buona fetta di ceti popolari. La perdurante egemonia nelle istituzioni culturali “alte” (e nei segmenti “colti” di singoli settori culturali, come il cinema o la letteratura) confina, al contrario, la sinistra sempre di più a referente del ceto medio elevato, delle classi dirigenti colte, insomma dei settori meno sottoposti alla legge e al fascino dei linguaggi e dei temi tipicamente televisivi (e mediali in genere).

Il punto è questo. Ciò che nelle Università, o nelle pagine culturali di un grande quotidiano, o in ambito teatrale potrebbe essere considerata una gaffe, una sciocchezza, una castroneria, nell'ambito “pop” assume altri contorni. I codici che sovraintendono ai due segmenti della cultura nazionale sono molto differenziati, autonomi, e rispondono a regole spesso inconciliabili. Da questa diversità dei codici bisogna ripartire. Dal terribile abisso che separa ormai la cultura colta da quella popolare. Su questo abisso Berlusconi ha costruito la propria fortuna. Possedere TV ha significato non tanto “manipolare” orwellianamente le coscienze. No. Insediarsi nel territorio televisivo ha significato per la destra berlusconiana, occupare una moderna “casamatta”, imporre linguaggi, farsi comprendere da molti utenti “pop”, costruire consenso. Una questione di egemonia, insomma, una cosa molto banale in fondo, della quale Gramsci parlava già tanti anni fa (riferendosi, tra l'altro, alla cultura “pop” di allora, ossia alla letteratura d'appendice, e alla dimensione nazional-popolare in genere). Ecco, se almeno questo fosse chiaro, saremmo un pezzo avanti.

Badate: anche lo strapotere DC (50 anni al governo!) derivava in buona parte dalla stessa cosa! La DC era davvero un partito popolare, usava un linguaggio semplice, si faceva capire dalla gente semplice, come il PCI ma di più, visto che anche allora i comunisti preferivamo, nel popolo, quelli che avevano una “coscienza di classe” o seguivano modelli culturali alti (la TV di qualità, il teatro, la musica di un certo impegno, il cinema d'arte...). L'idea della sinistra è sempre la stessa: si tratta di “elevare”, di alzare i livelli culturali, di potenziare i “saperi” a disposizione del popolo. Anche l'effetto è lo stesso: meno negativo un tempo, quando la TV non era ancora il mattatore e il “discrimine” odierni, ma molto più tragico oggi, con la crisi delle istituzioni culturali "alte" e con il nuovo scenario della comunicazione mediale, per di più in mano quasi totalmente al premier.

Che fare? Il compito della sinistra è ingrato, perché rema controcorrente in un mondo che scivola giù, verso la marmellata “pop”. Ma è pur vero che, contrapporre arditamente le sofisticatezze culturali agli idiomi di più larga diffusione è del tutto inutile, anzi controproducente. Serve un lavoro culturale fortissimo, che tenti di colmare l'abisso di cui dicevamo. Ma si tratta di correre contro vento. E, certo, un partito liquido (marchio+leader+caminetto+clan+comunicazione “lepre” al posto della politica “tartaruga”) non è adatto allo scopo. Il partito liquido se lo bevono quando vogliono ed evapora, com'è evidente, al sole della prima crisi. La politica è una cosa più seria dei link o dei loft. Vallo a spiegare...


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Comunità/Immunità
post pubblicato in diario, il 29 aprile 2009


Forse nessuno meglio del filosofo Roberto Esposito ha teorizzato il rapporto tra comunità e immunità. La prima “obbliga” a costruire relazioni sociali, obbliga a “donarsi” gratuitamente agli altri e senza nulla a pretendere; la seconda, invece, erige una barriera protettiva, interrompe per ragioni di sicurezza la rete che ci lega socialmente, sino all'eventualità di mettere in discussione la socialità stessa, sino a procurare la “morte” laddove vorrebbe difendere, invece, la vita. È la cronaca mondiale di questi anni, in fondo. Dinanzi al terrorismo internazionale si sbarrano le frontiere, ci si chiude in casa, si interrompono le comunicazioni. Così come si fa, dinanzi ai migranti che sbarcano sulle nostre coste e invadono le nostre società ricche. Si rafforza cioè la barriera immunitaria, a costo di infrangere per sempre la nostra propensione alla socialità, il nostro “obbligo” alla realizzazione e allo sviluppo di pacifiche e cooperanti comunità locali, nazionali, internazionali. L'esclusione, che sino a un certo punto almeno svolge ancora un compito di “difesa”, da una certa soglia in poi minaccia pericolosamente ogni forma di integrazione, inclusione, dialogo. Sino alla scomparsa di ogni obbligo sociale, di ogni rete comunitaria. Sino all'egoismo suicida di una civiltà.

La nostra epoca, basta leggere le cronache, è sempre più a rischio. Le chiusure immunitarie tendono a prevalere sull'atteggiamento opposto. Il caso della Pinar è ancora nei nostri occhi. I comportamenti sono sempre più dettati dalla paura che qualcuno minacci la nostra vita, e prima ancora il nostro benessere, la nostra sicurezza, la nostra (presunta) felicità. Ci sono forze politiche che su questo terrore hanno costruito le proprie fortune politiche, ovviamente alimentandolo, in Italia e fuori. Esposito dice che, al fondo, sentiamo minacciata la nostra identità, e la barriera immunitaria, la protezione, il nostro porsi fuori dalla legge sociale, è solo il tentativo di evitare ogni contaminazione, impedendo a un qualsivoglia virus (biologico, sociale, politico) di penetrare nel nostro organismo, alterandone la natura. Può darsi. Se così fosse, se la causa di tutto fosse una difesa dell'identità portata agli estremi suicidi e autoimmuni, perché insistiamo caparbiamente, patologicamente, nel definire, curare, costruire questa stessa identità sino all'eccesso?

Domanda a cui è difficile rispondere. Si tratta, io penso, di muoversi sulla linea d'ombra della costruzione identitaria, senza scivolare né a una parte né dall'altra: né verso il magma sociale privo di ossatura, la volgare gelatina culturale di questi anni, la marmellata di chiacchiere in libertà al cui fondamento ci sono soprattutto l'ignoranza e la presunzione – né verso un Ego corazzato, verso una vita che non ha altro da dire che se stessa, nella sua formale vuotezza, una vita incartapecorita, quasi l'anticamera della morte sociale e culturale. Una linea d'ombra che chiamerei “differenza”. Perché proprio sulla relazione di differenza io credo sia possibile costruire positivamente, a un tempo, sia la propria identità, sia dei precisi obblighi comunitari verso l'altro. Anzi, la comunità che resta differenza, che costruisce su questa differenza il dialogo, che si presenta come apertura è il vero compito democratico di questi anni. La vera riforma sociale da mettere a punto. Direi si tratti di una eccellente ragione della sinistra.


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Tecnica e Politica
post pubblicato in diario, il 26 aprile 2009


Eugenio Scalfari, oggi su Repubblica, avanza un dubbio che merita davvero molta considerazione. Si chiede se «sotto la leadership politica di Berlusconi» non stia nascendo «una leadership tecnocratica di Bertolaso». Ora, la tecnocrazia è il culmine di un processo di svuotamento della politica, intesa come confronto tra le opinioni e partecipazione collettiva alle scelte. Uno “svuotamento” che apre la strada ai tecnici, ai competenti, ai professionisti, come se questi non avessero una propria idea politica, ma proponessero soluzioni efficaci buone per tutte le stagioni, né di destra né di sinistra, come si dice in tempi di crisi della politica, appunto.

Ma qui il problema è ancora più ampio. Ed è quello, in generale, dei rapporti tra Tecnica e Politica, dove il prevalere della prima comporta un inevitabile ridimensionamento della seconda. La Tecnica convince ideologicamente molti che la Politica è solo un mercanteggiamento inefficace di opinioni, un inutile “parlamento”. Mentre la Tecnica va al sodo dei problemi, li risolve nell'unico modo efficace possibile, senza chiacchiere inutili, ma grazie al contributo dei veri competenti, dei veri esperti, e non di questi politici clientelari e spreconi. La Tecnica illude che si possa giungere alla verità possibile senza passare attraverso l'inferno delle opinioni, delle mediazioni, dei dibattiti e della partecipazione consapevole di tutti (o quasi) alle scelte. Ossia senza passare attraverso la democrazia, così come la intendiamo modernamente.

Pensate al caso del G8. Si era deciso (Berlusconi e Bertolaso) di farlo alla Maddalena. Si sono spesi 500 milioni di euro per le strutture (persino un albergo a 5 stelle). Si è poi deciso (Berlusconi e Bertolaso) di andarsene a L'Aquila. Per ragioni etiche ed economiche, ha detto Bertolaso. E quelle politiche (che ci sono) chi le conosce? Chi ce ne ha parlato? Oggi Bertolaso critica Bertolaso: difatti la prima decisione e la seconda sono entrambi sue (in partnership con Berlusca, ovviamente): non è curioso?

La Tecnica (un destino dell'Occidente, ha detto Heidegger) velocizza le decisioni (non perciò le rende più efficaci!), ma oscura e nasconde i processi, rende meno trasparenti i dibattiti, ci fa credere che la politica possa scomparire, e invece non è così. La politica, semplicemente, viene ridotta nei termini e ristretta a pochi partecipanti, “sfilata” dall'arena pubblica e consegnata nelle mani di un manipolo di decisori pubblici che poggiano sul contributo di esperti. E tutto ciò, nella beata ignoranza e nella sciocca felicità del “popolo”, a cui pure ci si appella. La domanda di Scalfari non è peregrina. Anzi, dovrebbe metterci in guardia, se già non lo fossimo.


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Ancora sugli editor
post pubblicato in diario, il 6 aprile 2009


Massimiliano Parente, su Libero, prosegue laddove io mi ero interrotto. E dice esplicitamente, a proposito degli editor, che se il romanzo «c’è», il demiurgo è lo scrittore stesso, l’editor non ha senso e basta un semplice correttore di bozze. Laddove, invece, il romanzo «non c’è», «trattasi quasi sempre di narrativa di consumo e ben venga l’editor come l’idraulico, per sturarti il cesso intasato». Insomma, quando si tratta di arte, letteratura, insomma di un’opera, l’editor è del tutto fuori luogo, anzi dannoso; quando si tratta invece di una merce, destinata soltanto a vendere molte copie per lo spazio di un remunerativo mattino, allora l’editor si faccia avanti e operi di par suo a confezionare e impacchettare il prodotto. Perché, altrimenti, il rischio è, come dice Parente, di vedere «editor migliorare decine di libri inutili, e devastare libri belli». L’editor, dunque, come “anti-letteratura”. In una visione un po’ crociana (poesia vs non-poesia), d'accordo, ma vivaddio.

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Destra/sinistra
post pubblicato in diario, il 24 marzo 2009


In un bell’editoriale della rivista "Il Mulino" (n. 1/09), Carlo Galli traccia una differenza possibile tra le due categorie di destra e sinistra. All’interno di un discorso molto più complesso, che io colpevolmente provo a sintetizzare, Galli scrive: «La destra è […] definita primariamente dalla percezione della instabilità del reale», verso il quale si tratta di contrapporre un Ordine astratto (spesso di natura e origine divina) e non-naturale (perché la natura è, appunto, instabile di per sé), sino all’eventualità di proporre nessun-ordine, ma solo una sorta di galleggiamento quasi nichilistico sulla superficie molto movimentata del reale. Con una specie di adesione immediata ai conflitti, alle crisi, alle frammentazioni sociali e culturali. Senza un progetto sostanzialmente risolutivo.

La sinistra propone, invece, un’adesione secca alla natura umana, considerata stavolta nella sua intrinseca positività e nelle sue qualità innate (i diritti, per esempio), che tendono a essere considerate la norma da seguire nella prassi politica. Una natura che è «Bene […] si sviluppi liberamente e in autonomia, emancipandosi da impedimenti e condizionamenti. L’uomo nasce libero ma ovunque è in catene». La sinistra ha sempre inteso (in tutte le sue forme) spezzare queste catene. Abbiamo, così, l’Ordine non umano, da un lato, come esito di una antropologia negativa (la destra), e il Bene della natura, dall’altro, quale portatrice di un «grano normativo di ragione (e dignità) umana nel mondo». La battaglia è tra «l’autorità minacciosa e minacciata, e la libertà»: due antropologie e confronto, negativa quella della destra e positiva quella della sinistra.

Per certi aspetti nulla di nuovo, perché la destra è stata spesso raffigurata come la rappresentante dell’Ordine, e la sinistra come la forza che spinge, invece, per l’emancipazione e per l’affermazione dei diritti soggettivi contro ogni impedimento formale o sostanziale. Semmai, la novità è un’altra. La destra, dice Galli, «è portatrice di un’istanza di immanenza, di accettazione immediata del disordine del mondo»: da qui essa parte, da questa condizione di instabilità, che considera un dato naturale. L’ordine è solo un artificio successivo (oppure una legge di origine divina pre-politica). Diversamente, «la sinistra si caratterizza per la trascendenza, per la negazione del mondo così com’è, e per lo sforzo di realizzarne uno migliore», seppure già iscritto nell’immanenza della natura. Così facendo, «interpreta il mondo come ordinabile, perché potenzialmente già ordinato nella soggettività» e fondato sui diritti umani, quali parte integrante della stessa natura.

Tutto ciò ribalta un luogo comune. Pare evidente che è la destra a “giocare” con l’instabilità e a “vincere” (anche elettoralmente) all’interno di un contesto caotico, che produce apprensione per il futuro e incute paura, generando ulteriore insicurezza. Mentre la sinistra nutre la vocazione a un nuovo ordine, stavolta immediatamente derivante dalla natura umana, quasi come un completamento della stessa o una sua lineare espansione. Ribaltamento curioso e sorprendente, vista l’opinione comune sulla destra e sulla sinistra, e sulle reciproche identità. Eppure possibile e per certi aspetti anche logico, visto lo schema proposto da Galli. Come a dire che il percorso dell’analisi e del pensiero spesso produce risultati inaspettati. E la ricerca, quando è condotta con serietà, infrange sonoramente il senso comune. E dal senso comune (o dal cosiddetto buon senso), per quanto tutti lo invochino quasi si trattasse di una panacea, bisogna sempre guardarsi un pochino.


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La comunicazione-letteraria
post pubblicato in diario, il 18 marzo 2009


In questa fucina comunicativa che è il mondo d’oggi, non poteva mancare l’estrema perversione della "comunicazione-letteraria". Fenomeno non nuovo, certo, ma mai così trionfante come in questa epoca di marketing culturale. In che consiste? In questo, che oggi l’opera letteraria è il prodotto di un team. L’Autore è un fantoccio, uno tra i tanti che mettono bocca. Il manoscritto viene totalmente curvato verso finalità di tipo industriale-commerciale. Perché l’obiettivo del lavoro di editing non è “migliorare” in termini artistici il lavoro letterario, ma renderlo compatibile con le normali aspettative del pubblico e gli ordinari canoni di mercato (vero principe di ogni impresa culturale, oggi). Così come un formaggino-prototipo è testato da un gruppo di “assaggiatori”, perché incontri di più e meglio il gusto dei consumatori, anche l’opera letteraria è “sforbiciata” e trasformata al solo obiettivo di renderla più appetibile a molti, moltissimi lettori.

“Comunicazione-letteraria” vuol dire che la comunicazione, ossia l’adattamento del prodotto al riscontro positivo e al responso commerciale del lettore-cliente, viene prima della produzione letteraria in se stessa. Vuol dire che la creazione letteraria è del tutto (o quasi) funzionale al “successo” commerciale. E vuol dire che è nato un nuovo segmento dell’industria editoriale, che vive di queste “sforbiciate” sul manoscritto.

Mi si dirà che difendo ideologicamente il mito dell’Autore, che penso all’arte come ad una cosa idealisticamente pura. Baggianate. Pensino quel che vogliono, a me non interessa. Io ritengo che il lavoro di un redattore della casa editrice debba essere del tutto estraneo alla fase creativa, e debba intervenire solo per evitare, per esempio, i refusi, gli strafalcioni e le contraddizioni interne. Nulla più. Lo stile lo lascino alla responsabilità di chi scrive. Se poi il romanzo non va, pazienza. La casa editrice non è obbligata a investirci sopra. Anche perché, se dominano l'editing, il canone editoriale, il mercato, gli schemi commerciali di massa, hai voglia ad attendere un’opera davvero originale. Verrebbe, nella migliore delle ipotesi, “canonizzata” e schematizzata anche quella più originale, sino alla sperimentata melassa dei best sellers, oppure rigettata nel limbo dei romanzi mai pubblicati. E allora ridateci la letteratura, forse è meglio.

(Una proposta. A una certa distanza dall’uscita dell’opera “edita”, la casa editrice pubblichi la versione iniziale. Chissà che non riservi delle sorprese, persino commerciali e non solo estetiche.)


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Il novismo filosofico
post pubblicato in diario, il 17 marzo 2009


Ora ci si mettono anche i filosofi, non bastavano i novisti della politica. Repubblica ci informa che è nata (anzi, è viva e vegeta) la experimental philosophy (X-Phi), una tendenza di origine anglosassone, che combina riflessione, esperimenti pratici e ricerche quantitative, sviluppate anche tramite sondaggi e questionari. Il dato empirico diviene addirittura il fondamento principale del fare filosofia. Anche i blog e i siti (sic!) si tramutano in strumenti essenziali di questa filosofia molto alla moda. Sul New York Times, Kwame Anthony Appiah, tanto per esagerare, la definisce “nuova nuova filosofia” (due volte “nuova”, addirittura, roba da far impallidire persino i nostri novisti!).

Che dire? Che l’interesse per il dato sperimentale non è affatto nuovo, anzi. Tant’è che Simona Morini, docente allo Iuav di Venezia, parla della X-Phi come di una «sorta di interessante ritorno al passato, alla filosofia morale e alla tradizione del Sei-Settecento». Ma anche la ricerca di un rapporto tra scienza e filosofia, con il linguaggio della prima in posizione dominante sulla seconda, non è a sua volta una novità. Con il limite innegabile, peraltro, di filosofi contemporanei che ne sanno poco di scienza (mentre sono bravissimi, pare, nei sondaggi, nei questionari e nella tenuta dei blog) e di scienziati che, in parallelo, ne sanno ancor meno di filosofia.

Infine, una riflessione. L’insistenza sul dato empirico, sull’esperimento, sul sondaggio d’opinione, sul questionario (e poi l’uso di blog o siti) indicano una sorta di passaggio d’epoca. Eravamo abituati al filosofo come persona dedito al pensiero, al dialogo, all’analisi concettuale e al lavoro di tipo logico. La strada che si indica adesso è un’altra, parzialmente (ma sensibilmente) diversa. Pesa di più l’esperimento empirico, pesano di più gli strumenti tecnologici, pesa il dispiegamento del metodo scientifico. Tutto lecito, ma perché chiamarla filosofia? Perché ridurre la vecchia “sapienza” al risultato di un’indagine sperimentale, all’applicazione di un metodo statistico-probabilistico, oppure a un esperimento scientifico tout court (di tipo neuro-biologico)? Non c’era un altro nome per dirlo? Che so, Scienza del pensiero e dei processi mentali? Scienza, appunto. Perché mischiare Parmenide con questo Joshua Knobe, che in foto sembra più un hacker che uno studioso di filosofia? L’ennesimo “uomo nuovo", più che un effettivo “pensatore”? Bah.

E allora. Il vero passaggio d’epoca lo contrassegnano (a mio parere) altre correnti, più in linea con lo sviluppo del pensiero occidentale, ma più efficaci nella ricerca di effettive “rotture” con la tradizione. Penso, per esempio, alla biopolitica, che ha scosso e scuote il quadro di pensiero tradizionale e inaugura una nuova lettura dei processi politici e culturali. Sentite cosa scrive, a questo proposito, Roberto Esposito (che appare un filosofo anche in foto) su un aspetto biopolitico essenziale: «Ciò che conta, per l’indagine biopolitica, non è il rapporto tra il prima e il dopo, ma quello tra dentro e fuori. Si tratta di capire come un “fuori” – in questo caso la vita – entra all’interno di qualcosa d’altro (che si ritiene altro) e lo stravolge. La questione non riguarda le forme, ma le forze, ovvero il modo in cui le forze fanno esplodere le forme. Non come si decide chi governa o i modi della rappresentanza, ma quali corpi vanno lasciati vivere e quali fatti morire. E quale nesso lega le due cose». Ecco, questa acutissima riflessione, da sola, già tocca e sconvolge decenni di pensiero politico. Non la forma, ma la forza che fa esplodere la forma. Non il prima e il poi, ma il dentro e il fuori. Altro che i sondaggi. E quel tale Knobe avrà letto Esposito? Ma forse è chiedere troppo.




permalink | inviato da alfamor il 17/3/2009 alle 13:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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